Margherita

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Margherita

Faceva parte della servitù di casa, relegata a lavori metodici, molto metodici, risiedeva nella parte triste della casa ed era per certi versi, trasparente e insignificante per tutti. Ma non come Chiara, un altro tipo di trasparenza, di invisibilità. Non ci sei, non ti vedo, fai quello che devi fare e non dare fastidio, non dare pensieri.

In una casa di ricchi nobili e costosi mobili, questa infatti era la regola. Dovevi essere trasparente, vivere al tua vita minore e dare il tuo supporto affinché potessi dare continuità al cuore pulsante del sistema nobile che da anni si tramandava. C’erano state negli anni passati molte “Margherite”, poi passano gli anni e le generazioni si rinnovano. Cambiava tutto, tutto si evolveva, cambiavano le tecnologie ma i livelli di nobiltà e trasparenza rimanevano gli stessi, le piattaforme erano a due distinti livelli, le connessioni si limitavano agli ordini impartiti e lo stipendio a fine mese. C’era da farsene una ragione, punto.

Questo era il punto di vista di Margherita. Chi sa decida e gli altri lavorino, e i panni sporchi si lavano in casa propria.

Non aveva molti punti di vista in effetti, Margherita. Era semplice, non aveva grandi programmi in testa, diciamo che aveva un unico grande punto di vista, turbinoso, da farti venire la nausea al solo pensarci, era come guardare il mare agitato da dentro un nave. Vai a capire chi fosse il mare e chi la nave.

Conosceva gli umori, i sudori, i profumi di chiunque si aggirasse in quella casa. A volte stava ad annusare con veemenza, inspirando a più non posso gli indumenti dei bambini, specie del piccolo Filippo, il roscetto di casa. Il suo sudore di bambino aveva una sua magia unica, sapeva di non corrotto, di sola felicità e voglia di vivere. Un sapore che sapeva di colui che non sa che le cose accadono.

E le cose cominciarono ad accadere. Inevitabili. Come si diceva all’inizio? Doveva fare quello che doveva fare e non dare fastidio.  Lei ce la metteva tutta, lavorava sodo ma i pensieri li cominciò a dare dopo cinque anni di duro lavoro. Non stava bene, era debole, la parte triste della villa era non proprio illuminata del sole dei nobili, ma umida e poco arieggiata, e lei non stava bene, non faceva vedere nulla ma sentiva che qualcosa aveva cominciato a divorarla dall’interno. Anche il resto della servitù la guardava con distacco, parlavano di sottecchi, e facevano gruppo tra di loro, perché più anziani e si conoscevano ormai da tempo.

Passavano i mesi, teneva duro e cominciava a convincersi che forse le cose stavano migliorando. Aveva fame e mangiava, aveva sete e beveva, di corpo, se cosi’ si puo’ dire, ci andava regolarmente ad ogni turno di lavoro. Riposava normalmente e i ritmi erano abbastanza stabili.

Capitò anche che un giorno… uhmm…

Insomma capitò che passò l’idraulico villoso e muscoloso. Diede un paio di colpi alle tubature del bagno, e, senza preliminari o preamboli, diede un paio di colpi anche a lei. A lei non dispiacque per nulla, si vero, tutto molto freddo e con poca passionalità, ma le aveva lasciato un piacevole ricordo. Il mito dell’idraulico, il luogo comune del tipo in tuta blu e sacca di pelle, che colpi a massaie tubature o macchinari vari, sarebbe durato per sempre.

L’idraulico è sempre l’idraulico.

Solo che ora le faceva ancora male un po’ sotto, bruciava un po’, specie quando faceva le sue cose. Era stato violento e potente, era stato molto maschio, ma le bruciava tutto. Che cazzo le aveva combinato?

Una volta pisciò per  terra, un disagio terribile. Non riusciva a fermarsi, si sentiva svuotare e nulla poteva fare per arrestare il flusso. Era malata. Cominciarono a seguire croste sull’epidermide, una specie di tosse e rantoli continui.

Dal suo punto di vista riteneva di poter essere curata, voleva continuare a vivere, voleva essere utile.

Dal suo unico punto di vista, tondo, come l’oblò di una nave.

Arrivò l’idraulico, le diede un altro paio di colpi e disse che non c’era più nulla da fare. La ruggine l’aveva mangiata dall’interno e anche l’esterno era ormai irrecuperabile. Costava piu’ ripararla che comprarne una nuova.

Margherita la lavatrice della Ariston, aveva finito il suo ciclo di lavaggi. Lei ora sapeva che era finita, ma non riusciva a smettere di pensare e sognare, sognare di essere una nave, con il suo unico oblò. Quando la caricarono sul furgone sgangherato e la portarono via, lei capi’ che da quel momento avrebbe cominciato a morire sul serio.

Più che un funerale fu una pessima autopsia, una dissezione violenta, il tutto fatto con molta poca cura ed attenzione.

Venne prima smembrata, poi pressata e fusa.

Ora Margherita, con quel tipo di vita fatto da tubi pompe meccanica e poca elettronica, ora non c’è decisamente più. Del suo punto di vista, oggi, rimane solo il suo oblò, di buona fattura, riciclato da una attenta signora, e utilizzato come insalatiera.

  

FINE

Max Pagani

Inserito da Max Pagani

Mediamente giovane Intelligenza nella media Le medie fatte con intelligenza Le parole messe giù con calore Lievemente pessimo e instabile

 
Max Pagani

A proposito di Max Pagani

Mediamente giovane Intelligenza nella media Le medie fatte con intelligenza Le parole messe giù con calore Lievemente pessimo e instabile

7 Replies to “Margherita”

  1. Buonasera a tutti. Rientro dopo tanto tempo nel sito, e travolto da pressioni lavorative, oggi non ho ben capito se esiste spazio ancora per brevi racconti, o solo per articoli saggi e poesie.
    Se così è, perdonate la prolissata e un abbraccio a tutti.
    Il Max

     
      • Grazie infinite Bruschini, vorrei dare seguito alla pubblicazione su questo sito, ad una categoria racconti tematica, storie di chi vive la macchina sul Grande Raccordo Anulare di Roma, storie scritte molto ma molto prima del Sacro GRA, di Gianfranco Rosi…
        Potrebbe essere un simpatico appuntamento settimanale, una specie di rivista dedicata ai “Transumanti Inscatolati”
        A presto e grazie per eventuale riscontro.
        MaxP

         
  2. Bentornato.
    E’ sempre bello rileggerti . Perché ogni volta è una sorpresa nuova.
    Anche se i tuoi testi li reputi solo raccontini.
    Nonostante questo brano lo avessi già letto , l’ho riletto con immutato trasporto. E come al solito riesci sempre a sorprendermi con la tua genialità.
    Hai una capacità non indifferente di coinvolgere il lettore perché con furbizia e grande maestria lo centrifughi alla sorpresa finale.
    Complimenti sinceri.

     
  3. Caro Max, scusa se rispondo in ritardo, ma qui il tempo scorre sempre contro.
    Trovo coinvolgente e piacevole il tuo stile.
    Suggerisci tu il nome della categoria…
    (Ps. inserisci una foto nel tuo profilo)

     
    • Jean, I ritardi di questi tempi sono ampiamente accettabili, il tempo è dei ricchi, e noi arranchiamo per ritagliarcene i giusti scampoli.
      Potremmo prevedere una categoria “Storie su Strada”, ci passiamo ore della nostra vita, ne vediamo e ne capitano di tutti i colori. Io avevo collezionato, come detto, tutta una serie di racconti dedicati, ognuno particolare e scritto ogni volta da diverse piattaforme di osservazione.
      Provo a postare il primo, vediamo come va.
      Inserisco foto.

       

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