Quando in Turchia fu Erdogan a finire in carcere per una poesia

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Nel 1999 il presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan finì in carcere per avere pronunciato dei versi di poesia durante un comizio politico

Sorgente: Il Giornale

Questo non è un addio. Come ho sempre detto, spero che sia solo una pausa in una serie di canzoni da completare“. Era la fine di marzo del 1999 e a pronunciare queste parole era l’ex sindaco di Istanbul, un uomo del Partito del Benessere (islamista), sciolto pochi mesi prima dietro accuse di incostituzionalità e di rappresentare una minaccia per il secolarismo, uno dei cardini ideologici della Repubblica in Turchia.

Sostenitori dell’Akp sventolano bandiere a un comizio per l’anniversario della Conquista di Istanbul

Quell’uomo, costretto alle dimissioni dopo un mandato di successo da primo cittadino della metropoli, stava per entrare in carcere per scontare quattro mesi (su dieci della sentenza) per “incitazione all’odio su base religiosa”. Un’accusa che per qualche tempo avrebbe messo fuori dai giochi il politico destinato a diventare prima il primo ministro e poi il Presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdogan.

Le prove su cui si reggevano le accuse contro di lui stavano tutte in un discorso pronunciato nel 1997 a Siirt, città di meno di 200mila abitanti nell’area sud-orientale della Turchia. Erdogan aveva citato durante quel comizio una poesia di Ziya Gokalp, ideologo del nazionalismo pan-turco, sostituendo alcuni dei versi con parole che gli sarebbero costate il carcere.

I versi incriminati, di cui non vi è traccia nella prima versione della “Preghiera del soldato” diGokalp, pubblicata durante gli ultimi anni dell’Impero ottomano, recitavano:

“I nostri minareti sono le nostre baionette,
le nostre cupole i nostri elmetti,
le nostre moschee le nostre caserme”.

Tanto bastò per avviare un processo che si concluse, il 26 marzo 1999, con l’addio di Erdogan ai sostenitori, salutato – scrisse allora il quotidiano turco Hurriyet “come se fosse il segretario del partito” di cui faceva parte.

Fu un bagno di folla, un momento che già molto diceva di quanto sarebbe successo in futuro, dopo il carcere e un esilio dalla politica che durò ufficialmente fino al 2003, quando Erdogan prese in mano le redine dell’Akp che nel frattempo aveva fondato, arrivando alla carica di primo ministro.

Diffamazione: l’ex Miss Turchia a processo

Quasi vent’anni dopo, i ruoli si sono ribaltati. Erdogan è il presidente di una repubblica che il suo partito vorebbe portare al presidenzialismo con una riforma costituzionale e a finire nei guai a causa di un paio di versi (ritenuti offensivi) sono gli altri.

Ieri è stata l’ex Miss Turchia Merve Buyuksarac a essere condannata a 14 mesi – con pena sospesa – per avere condiviso sul suo profilo Instagram una poesia satirica, che dipingeva Erdogan come un miliardario e il figlio Bilal come l’uomo che ne “ripulisce” i capitali.

Poche settimane fa invece un comico tedesco, Jan Boehmermann, è stato giudicato per “insulti a un capo di Stato straniero” da una corte di Amburgo, per un poema in cui il presidente Erdogan veniva descritto come un uomo amante del sesso con gli animali.

Sono quasi 2mila i fascicoli per diffamazione aperti in Turchia da quando Erdogan è diventato presidente della Repubblica nel 2014. A nulla sono servite, finora, le rimostranze degli osservatori internazionali sull’utilizzo estensivo dell’articolo 299 del codice penale, che punisce con il carcere “da uno a quattro anni” gli insulti alla Presidenza.

 

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Inserito da Alberto Saso

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