Perché i corridori africani corrono più forte? Una spiegazione sociologica

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5 giugno 2016>Pubblicato da Le parole e le cosedi Manuel Schotté, traduzione di Anouck Vecchietti Massacci

[Professore di sociologia presso l’università di Lille 2, 

Dalla metà degli anni ’80 i corridori podisti Nordafricani e dell’Africa orientale dominano le corse di fondo e mezzofondo. Benché si tratti di una verità indiscutibile, a sollevare delle questioni è il modo in cui se ne spiegano le principali cause. I successi di questi atleti sono infatti attribuiti a un presunto talento innato degli Africani nella corsa podistica. Però questa credenza, benché sia molto diffusa, è priva di fondamento.

Critica alle spiegazioni naturalistiche

Secondo molti commentatori, i corridori kenioti, etiopi e marocchini primeggerebbero sportivamente sugli avversari perché il gruppo da cui provengono sarebbe portatore di caratteristiche fisiologiche distintive generatesi dal particolare ambiente naturale nel quale vivono. Più precisamente, questi atleti brillerebbero a livello mondiale perché originari di regioni situate in altitudine, cosa che avrebbe generato in loro adattamenti corporei specifici che spiegherebbero le loro performances. Questo schema, di primo acchito seducente, solleva tuttavia un vero problema visto che omette di precisare che i nepalesi, i boliviani o i peruviani, benché siano anch’essi confrontati alle stesse costrizioni fisiche, hanno dei risultati molto più modesti.

I ragionamenti di questo tipo, come non possono spiegare perché certe popolazioni dotate di eguali caratteristiche fisiche non riescano ad ottenere gli stessi risultati, tanto meno prendono in considerazione i cambiamenti che si verificano nella composizione della élite atletica. Infatti, come è possibile concepire che essa continui ad evolvere benché i fattori che dovrebbero determinarla rimangono inalterati ? Come interpretare che a livello mondiale si è passati dal dominio quasi esclusivo dei corridori scandinavi (essenzialmente finlandesi) negli anni ’ 20, a quello di atleti Nordafricani e dell’Africa orientale a partire dagli anni ’ 80, senza che in questo breve lasso di tempo – 60 anni – sia intervenuto nessun cambiamento nella costituzione biologica di queste popolazioni ? Si potrebbe a giusto titolo obiettare che i corridori africani per lungo tempo non hanno avuto accesso alle gare internazionali. Tuttavia, questa osservazione non invalida la critica degli approcci naturalistici in quanto se essi fossero fondati gli atleti finlandesi dovrebbero a tutt’oggi primeggiare nell’atletismo europeo. Ma non è davvero il caso, visto che negli ultimi trent’anni nessuno di loro si è distinto nei risultati continentali.

Malgrado questi fatti incontestabili, i successi di questi atleti africani sono invariabilmente attribuiti a una supposta differenza di natura. Le prime tracce di questa chiave di lettura risalgono all’emergere degli sprinters neri-americani sulla scena atletica internazionale. Recuperando le linee di pensiero dell’antropologia fisica, si trasmette l’immagine secondo la quale i Neri sono dotati di una grande velocità, ma di poca resistenza (Wiggins, 1989): sarebbero portatori di peculiari caratteristiche biologiche, e per questo motivo naturalmente avvantaggiati per quanto riguarda le prove esplosive, ma irrimediabilmente svantaggiati per le prove di resistenza che necessiterebbero di altre qualità fisiche. Si potrebbe pensare che il fatto che i corridori africani brillino anche nelle gare di fondo porti a invalidare queste interpretazioni. Invece, questi successi hanno dato vita a spiegazioni che mettono l’accento su altri attributi «naturali» che dovrebbe essere propri a queste popolazioni. La cosa che colpisce è la persistenza storica e al contempo la plasticità di una tale griglia di lettura, la quale si accomoda sempre sulle smentite empiriche, affibbiandogli sistematicamente un’argomentazione ad hoc, senza preoccuparsi del modo in cui quest’ultima si possa inserire fra quelle che l’hanno preceduta.

E ciò nonostante il fatto che tutti gli studi di carattere biologico che analizzano tutto quel che c’è di comparabile, in questo caso popolazioni con lo stesso livello sportivo, dimostrano che sul piano fisiologico non esiste fra loro alcuna differenza, di qualsiasi origine esse siano. Allo stesso modo, altre ricerche hanno molto chiaramente dimostrato che non vi è nessun dato che possa affermare l’esistenza di diverse tipologie genetiche che porterebbero alla superiorità di un gruppo rispetto a un altro nel campo dell’atletica leggera.

Questi dati, provenienti da sofisticate ricerche, confermano ciò che salta agli occhi di uno spettatore un minimo attento: in Kenya, così come in Etiopia e in Marocco, sono presenti molti giovani assolutamente negati nella corsa, un dato già sufficiente di per sé per invalidare l’argomentazione di una presunta superiorità fisica delle persone originarie di quei paesi.

Questa asserzione sulle pratiche osservate in Nordafrica e in Africa orientale fa eco a un’altra motivazione del successo atletico di coloro che provengono da queste zone geografiche. Secondo quest’ultima, sarebbe lo stile di vita delle popolazioni di queste regioni a spiegare il successo atletico dei suoi abitanti. Benché in apparenza opposta alle argomentazioni naturalistiche, questa visione culturalista in realtà le è complementare. È il caso quando si avanza che la « tradizione nomade » di alcune tribù keniote avrebbe favorito una selezione naturale che avrebbe reso i suoi membri maggiormente atti alla pratica della corsa. Anche questa lettura – che ha tutte le caratteristiche di un « falso evoluzionismo » (Levi-Strauss, 1987) – non regge di fronte all’analisi visto che, come spiegato nelle ricerche di vari antropologi, nulla permette di formulare che le popolazioni keniote, etiopi e marocchine abbiamo avuto delle « tradizioni » di corsa più radicate che in altre regioni del mondo.

Più in generale, la lettura culturalista è in errore perché riposa su una rappresentazione dell’Africa ampiamente favoleggiata, secondo la quale i bambini andrebbero tutti a scuola correndo, sviluppando così una eccezionale resistenza fisica. A parte la questione non risolta del perché mai preferirebbero un tale modo di spostamento (perché correndo e non camminando?), l’argomentazione non resiste ancora una volta di fronte ai fatti: la regione dalla quale proviene la maggior parte dei corridori kenioti è caratterizzata da una forte densità di stabilimenti scolastici (ciò che di fatto limita la distanza media da percorrere fra casa e scuola); inoltre, gran parte di questi atleti hanno studiato in convitti (Bale et Sang, 1996).

Allo stesso modo, i corridori marocchini provengono esclusivamente da contesti urbani. Di fatto, le popolazioni fra le quali generalmente si reclutano nuovi sportivi hanno ben poco a che vedere con il nomadismo che gli si attribuisce e che dovrebbe spiegare le loro capacità atletiche.

Una doppia costruzione sociale

Evidentemente, è assurdo affermare che la capacità di correre velocemente possa essere una qualità derivata da proprietà destoricizzate. Al contrario, essa rileva di un uso del corpo socialmente formato (Mauss, 1987) che può essere messo in valore solo perché esiste in uno spazio di consacrazione specifico recentemente inventato. Tutto sta nel sostituire le credenze con un’analisi che dia conto del processo che conduce ai successi atletici dei corridori Nordafricani e dell’Africa orientale da trent’anni a questa parte. È in quest’ottica che ho analizzato, in un libro intitolatoLa construction du « talent », il caso degli atleti marocchini, che sono stati particolarmente performanti sul piano mondiale dalla metà degli anni ‘80 fino a metà degli anni 2000 (Schotté, 2012).

Rendere conto del successo internazionale di questi atleti suppone di focalizzare l’interesse innanzitutto verso le condizioni storico-sociali che ne sono all’origine. Esso proviene in questo caso da una doppia costruzione sociale: la prima, la costruzione dell’offerta, si spiega se si considera l’esistenza in Marocco di un modello nazionale di produzione di sportivi avvezzi alle esigenze dello sport di alto livello.

Lontano dall’essere una generazione spontanea, la fioritura di atleti competitivi in questo paese si radica in una lunga storia il cui inizio risale ai tempi del Protettorato francese durante il quale si generò una specializzazione nella corsa da parte dei giovani marocchini. Questa specializzazione deriva da una primaria stigmatizzazione: l’accesso alla maggior parte delle altre pratiche sportive ero loro preclusa. Di conseguenza, parte della popolazione colonizzata ha finito per dedicarsi alla corsa, con successo. In breve, si cristallizza la credenza secondo la quale « les Marocains sont des êtres très doués pour la course à pied 2» come disse nel anni ‘ 30 il Comandante di un reggimento stabilitosi in Marocco.

Questa credenza di un talento innato delle popolazioni locali prosegue anche dopo l’indipendenza. È sulla base di questa credenza che a partire dagli anni ‘ 80 si è fondata a livello nazionale una politica sistematica di reclutamento e formazione di corridori, qualche cosa di mai visto prima nelle altre discipline sportive. Nel suo incontro con le aspirazioni di quella parte di gioventù locale che percepisce la corsa come un mezzo di possibile ascesa sociale, questa politica sta al principio della produzione in Marocco di un gran numero di atleti che hanno poi ottenuto fama internazionale.

La seconda costruzione sociale, a partire dagli anni ‘ 80, dipende dallì’arrivo di una forma molto particolare di professionalità fondata sull’assenza di stipendio, con remunerazioni proporzionali ai risultati, e una distribuzione particolarmente diseguale dei guadagni. La maggior parte degli atleti finisce per trovarsi in una situazione tanto incerta quanto difficile sul piano materiale. Questa condizione ha fatto sì che larga parte dei corridori europei disertasse il mercato dell’atletica internazionale, lasciando così il posto a coloro i quali erano disposti ad accettare la precarietà.

L’oggettivazione dell’evoluzione delle performances delle differenti categorie di sportivi permette infatti di mettere in evidenza che il declino degli atleti continentali si osserva a partire dagli anni ‘ 80 e dall’emersione del circuito professionale: un declino relativo, visto l’arrivo dei corridori africani nelle alte sfere della gerarchia sportiva, ma anche e soprattutto un declino assoluto visto che si assiste ad un netto indietreggiamento delle performances cronometriche dei migliori atleti europei: se nel 1984, 92 di loro correvano i 5000 metri in meno di 13’40, nel 1996 solo 37 ne erano ancora capaci (una diminuzione del 60% circa). Al contempo, la quantità di africani che oltrepassano questa barriera cronometrica si moltiplica per 5 (salendo da 14 atleti a 71).

L’immagine che finisce per imporsi, non è quella di una superiorità innata degli atleti africani, ma piuttosto di un ricambio delle élite atletiche internazionali; un rimpiazzo che si iscrive in un crocevia di storie fra loro parzialmente indipendenti e dotate di profondità temporali diverse, il cui incontro ha però portato all’odierna situazione. La coincidenza esistente da un lato con lo sviluppo di modelli di produzione nazionale – in Kenya, Marocco ed Etiopia – di atleti di alto valore, e dall’altro con l’emergere di una forma di professionismo che conduce alla precarietà la maggioranza di quelli che intraprendono questo cammino, ha portato i corridori originari del Nordafrica e dell’Africa orientale a diventare i protagonisti dell’atletica internazionale. Il modo in cui sta prendendo forma il mercato professionale dell’atletica diventa fonte di attrattività solo per quegli atleti che sono disposti ad investirci, aspetto che suppone che siano stati adeguatamente formati e che non abbiano nulla da perdere nel dedicarvisi. È il caso per i corridori kenioti, etiopi e marocchini, tutti di estrazione popolare e inclini a giocarsi la loro chance, vista la loro socializzazione sportiva che li conduce a vedere l’atletica come uno spazio di possibile promozione sociale.

Lontani dall’immagine fantasticata del « corridore naturale », l’emergere di una élite atletica in alcuni paesi del Nordafrica e dell’Africa orientale a partire dagli anni ‘ 80 decorre da un insieme di condizioni storico-sociali ben precise. I recenti successi atletici africani non dovrebbero quindi venire addebitati a presunte qualità innate di resistenza, ma a un insieme di sviluppi contingenti. Il caso marocchino è a questo titolo eloquente visto che è diventato, dal 2005, molto meno prolifico in materia di produzione di atleti di alto valore.

Sebbene la volontà di produrre dei corridori continui ad esistere a livello locale, le trasformazioni congiunte della società marocchina, così come le forme di reclutamento e formazione messe in opera, conducono questo modello nazionale di formazione alla perdita della sua efficacia in termini di produzione di corridori di alto rango. Questa situazione ricorda ancora una volta la storicità della produzione delle élite atletiche: quando le condizioni che soggiaciono alla riuscita di un gruppo cessano di prodursi, i risultati di quest’ultimo declinano.

Considerati nel loro insieme, questi elementi qui riassunti molto brevemente dimostrano che ciò che viene chiamato « talento », non ha nulla di innato. Pertanto, contro la tentazione di ridurre la capacità atletica a un dono di nascita, è necessario sottolineare che essa decorre proprio da una costruzione che può venire spiegata con gli strumenti delle scienze sociali.

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Inserito da Alberto Saso

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