da: A village life

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Pubblicato da francesca matteoni

di Louise Glück traduzione di Viola Di Grado

Sorgente: da: A village life – Nazione Indiana | Nazione Indiana

UNA VITA NEL VILLAGGIO

La morte e l’incertezza che mi attendono
come attendono tutti gli uomini, le ombre che mi soppesano
poiché a volte richiede tempo distruggere un essere umano,
l’elemento di apprensione
deve essere preservato—
La domenica porto a passeggio il cane della mia vicina
così può andare in chiesa a pregare per sua madre malata.

Il cane mi aspetta sulla soglia. D’estate e d’inverno
facciamo la stessa strada, di primo mattino, ai piedi della scarpata.
A volte il cane si allontana da me— per un momento o due,
non riesco a vederlo dietro qualche albero. E’ molto fiero di questo,
questo trucco che tira fuori ogni tanto, a cui di nuovo rinuncia
per farmi un favore—
Dopo, torno a casa per raccogliere legna da ardere.
Conservo nella mente immagini di ogni passeggiata:
la monarda che cresce sul ciglio della strada;
all’inizio della primavera, il cane che insegue i topolini grigi,
così per un po’ sembra possibile
non pensare alla morsa del corpo che s’indebolisce, il rapporto
cangiante di corpo e vuoto,
e le preghiere che diventano preghiere per i morti.
Mezzogiorno, le campane della chiesa hanno finito. Luce in eccesso:
ancora, la nebbia copre i campi, così non puoi vedere
la montagna lontana, coperta di neve e ghiaccio.

Quando riappare, la mia vicina pensa
che le sue preghiere siano state esaudite. Così tanta luce che non può controllare la sua gioia—
deve scoppiare in linguaggio. Ciao, grida, come se
fosse la sua migliore traduzione.
Crede nella Vergine nel modo in cui io credo alla montagna,
anche se in un caso la nebbia non si dirada mai.
Ma ogni persona ripone la speranza in un posto diverso.

Preparo la mia zuppa, verso il mio bicchiere di vino.
Sono inquieta, come un bambino che si avvicina all’adolescenza.
Presto si deciderà con certezza cosa sei,
una cosa, maschio o femmina. Non più entrambi.
E il bambino pensa: voglio avere voce in questo accadimento.
Ma il bambino non ce l’ha.
Quand’ero bambina, non avevo previsto tutto questo.

Più tardi, il sole tramonta, le ombre si radunano,
facendo frusciare i cespugli bassi come animali appena svegli per la notte.
Dentro, c’è solo la luce del fuoco. Svanisce lentamente;
ora solo il legno più greve ancora
balugina davanti agli scaffali di strumenti musicali.
Sento musica venire da loro a volte,
benché chiusi nelle loro scatole.

Quand’ero un uccello, credevo che sarei stato un uomo.
Questo è il flauto. E il corno risponde,
quand’ero un uomo, gridavo per essere un uccello.
Poi la musica svanisce. E svanisce anche il segreto che in me confida.
Alla finestra, la luna pende sulla terra,
insensata ma piena di messaggi.
E’ morta, è sempre stata morta,
ma finge di essere qualcos’altro,
bruciando come una stella, e in modo convincente, così a volte senti
che potrebbe davvero far crescere qualcosa sulla terra.
Se esiste un’immagine dell’anima, ecco com’è.

Mi muovo nel buio come se fosse naturale,
come se ne fossi già un fattore.
Placido e fermo, il giorno sorge.
Il giorno del mercato, vado al mercato con le mie lattughe.

***

A VILLAGE LIFE

The death and uncertainty that await me
as they await all men, the shadows evaluating me
because it can take time to destroy a human being,
the element of suspense
needs to be preserved—

On Sundays I walk my neighbor’s dog
so she can go to church to pray for her sick mother.

The dog waits for me in the doorway. Summer and winter
we walk the same road, early morning, at the base of the escarpment.
Sometimes the dog gets away from me—for a moment or two,
I can’t see him behind some trees. He’s very proud of this,
this trick he brings out occasionally, and gives up again
as a favor to me—

Afterward, I go back to my house to gather firewood.
I keep in my mind images from each walk:
monarda growing by the roadside;
in early spring, the dog chasing the little gray mice,

so for a while it seems possible
not to think of the hold of the body weakening, the ratio
of the body to the void shifting,

and the prayers becoming prayers for the dead.

Midday, the church bells finished. Light in excess:
still, fog blankets the meadow, so you can’t see
the mountain in the distance, covered with snow and ice.

When it appears again, my neighbor thinks
her prayers are answered. So much light she can’t control her happiness —
it has to burst out in language. Hello, she yells, as though
that is her best translation.

She believes in the Virgin the way I believe in the mountain,
though in one case the fog never lifts.
But each person stores his hope in a different place.

I make my soup, I pour my glass of wine.
I’m tense, like a child approaching adolescence.
Soon it will be decided for certain what you are,
one thing, a boy or girl. Not both any longer.
And the child thinks: I want to have a say in what happens.
But the child has no say whatsoever.

When I was a child, I did not foresee this.

Later, the sun sets, the shadows gather,
rustling the low bushes like animals just awake for the night.
Inside, there’s only firelight. It fades slowly;
now only the heaviest wood’s still
flickering across the shelves of instruments.
I hear music coming from them sometimes,
even locked in their cases.

When I was a bird, I believed I would be a man.
That’s the flute. And the horn answers,
when I was a man, I cried out to be a bird.
Then the music vanishes. And the secret it confides in me vanishes also.

In the window, the moon is hanging over the earth,
meaningless but full of messages.

It’s dead, it’s always been dead,
but it pretends to be something else,
burning like a star, and convincingly, so that you feel sometimes
it could actually make something grow on earth.

If there’s an image of the soul, I think that’s what it is.

I move through the dark as though it were natural to me,
as though I were already a factor in it.
Tranquil and still, the day dawns.
On market day, I go to the market with my lettuces.

UN FOGLIETTO

Oggi sono andato dalla dottoressa—
la dottoressa ha detto che stavo morendo,
non con queste parole, ma quando l’ho detto io
non l’ha negato—

Cos’hai fatto al tuo corpo, dice il suo silenzio.
Te l’abbiamo dato e guarda cosa ne hai fatto,
come l’hai maltrattato.
Non sto parlando solo del fumo, dice,
ma anche di pessima alimentazione, dell’alcool.

E’ una donna giovane; il camice rigido e bianco nasconde il suo corpo.
I suoi capelli sono legati, le piccole ciocche femminili
trattenute da una fascia nera. Non è a suo agio qui,

dietro il suo bancone, con il suo diploma sopra la testa,
a leggere una lista di numeri incolonnati,
alcuni evidenziati alla sua attenzione.
Anche la sua colonna vertebrale è diritta, non mostra sentimento.

Nessuno mi ha insegnato come accudire il mio corpo.
Cresci osservato da tua madre o da tua nonna.
Appena ti liberi di loro, subentra tua moglie, ma è nervosa,
non supera il limite. Così questo corpo che ho,
di cui mi incolpa il dottore, è sempre stato supervisionato da donne
e lasciate che ve lo dica, hanno lasciato da parte un sacco di cose.

La dottoressa mi guarda —
tra noi, una pila di libri e fascicoli.
A parte noi, la clinica è vuota.

C’è una botola qui, e oltre la botola,
il paese dei morti. E i vivi ti spingono lì dentro,
ti vogliono lì per primo, prima di loro.

La dottoressa lo sa. Lei ha i suoi libri,
io le mie sigarette. Infine
scrive qualcosa su un foglietto.
Questo ti aiuterà per la pressione sanguigna, dice.
E io lo intasco, un segno di congedo.

E appena sono fuori, lo straccio, come un biglietto per l’altro mondo.

E’ stata una pazza a venire qui,
un posto dove non conosce nessuno.
E’ sola, non ha la fede al dito.
Va da sola a casa, alla sua casa fuori dal villaggio.
E beve il suo unico bicchiere di vino giornaliero,
la sua cena che non è una cena.
E si toglie quel soprabito bianco:
tra il soprabito e il suo corpo,
solo un sottile strato di cotone.
E a un certo punto, anche quello va via.

Per nascere, il tuo corpo patteggia con la morte,
e da quel momento, tutto ciò che fa è tentare di barare—
Vai a letto da solo. Forse dormi, forse non ti svegli mai più.
Ma per molto tempo senti ogni suono.
E’ una notte come qualunque altra notte d’estate; il buio non arriva mai.

A SLIP OF PAPER

Today I went to the doctor—
the doctor said I was dying,
not in those words, but when I said it
she didn’t deny it—

What have you done to your body, her silence says.
We gave it to you and look what you did to it,
how you abused it.
I’m not talking only of cigarettes, she says,
but also of poor diet, of drink.

She’s a young woman; the stiff white coat disguises her body.
Her hair’s pulled back, the little female wisps
suppressed by a dark band. She’s not at ease here,
behind her desk, with her diploma over her head,
reading a list of numbers in columns,
some flagged for her attention.
Her spine’s straight also, showing no feeling.

No one taught me how to care for my body.
You grow up watched by your mother or grandmother.
Once you’re free of them, your wife takes over, but she’s nervous,
she doesn’t go too far. So this body I have,
that the doctor blames me for—it’s always been supervised by women,
and let me tell you, they left a lot out.

The doctor looks at me—
between us, a stack of books and folders.
Except for us, the clinic’s empty.

There’s a trap-door here, and through that door,
the country of the dead. And the living push you through,
they want you there first, ahead of them.

The doctor knows this. She has her books,
I have my cigarettes. Finally
she writes something on a slip of paper.
This will help your blood pressure, she says.

And I pocket it, a sign to go.
And once I’m outside, I tear it up, like a ticket to the other world.

She was crazy to come here,
a place where she knows no one.
She’s alone; she has no wedding ring.
She goes home alone, to her place outside the village.
And she has her one glass of wine a day,
her dinner that isn’t a dinner.

And she takes off that white coat:
between that coat and her body,
there’s just a thin layer of cotton.
And at some point, that comes off too.

To get born, your body makes a pact with death,
and from that moment, all it tries to do is cheat—

You get into bed alone. Maybe you sleep, maybe you never wake up.
But for a long time you hear every sound.
It’s a night like any summer night; the dark never comes.

alberto

Inserito da Alberto Saso

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