LA CLASSE DEGLI APOLIDI: UN BACINO IMPORTANTE DAL QUALE L’EUROPA TRAE IL SUO CONSENSO

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La pretesa dell’Unione, fin dagli anni ’90 (ad esempio le riforme Treu e Biagi), di diffondere una profonda incertezza lavorativa generale, e una certa tendenza alla mobilità, era stata già camuffata dai media, dalle università e dalle elite, con definizioni eufemistiche, quali l’arricchimento dell’ “inter-scambio culturale”. Soprattutto l’ “intelligenza” universitaria ha dato prova di fraintendere il contesto storico-economico degli anni 2000, differendo l’attenzione, dalle questioni dello sfruttamento neo-liberista, ai diritti civili e ai problemi di civiltà, così come nel confondere il concetto di ‘cosmopolitismo’, di matrice illuminista, con quello di libera circolazione dei capitali.

Per poter essere adattata alle nuove circostanze, la popolazione apolide doveva progressivamente perdere lo stato di benessere cui era stata abituata circa trent’anni prima e divenire affamata di un riconoscimento sociale negato dal proprio paese di origine.

Possiamo affermare che le politiche di austerità sono andate esattamente in questa direzione, nel creare cioè questo stato di disorientamento, prima economico e poi culturale. Contemporaneamente, hanno contribuito ad accumulare un esercito di riserva disponibile ad espatriare, col fine di arricchire altre aree europee che, nel frattempo, sono riuscite ad avvantaggiarsi proprio grazie agli squilibri economici prodotti dalle stesse politiche UE.

Il mutamento materiale avrebbe così plasmato un gruppo consistente della popolazione in una classe con delle distinte caratteristiche, con interessi economici contrapposti a quelli delle generazioni precedenti, ancora salvaguardate sia sul piano del welfare, che sul diritto del lavoro, dando luogo perciò a traguardi di vita e un sistema di valori completamente diversificati.

Solo in questo modo, con la speranza nel complesso di migliorare le loro condizioni di vita, e con il più che legittimo obiettivo di far riconoscere il proprio talento altrove (fattori combinati ad una devozione a prescindere verso l’estero), il nuovo ceto sarebbe stato indotto ad accettare di buon grado le direzioni unioniste che concernevano la mobilità del lavoro.

Va da sé che iI diritto di residenza offerto dai vari stati membri potevano essere garantiti in pieno solo grazie alla preservazione della stessa cornice europea che li aveva costretti inizialmente ad espatriare. Una volta ricollocata all’estero, la classe degli apolidi avrebbe difeso perciò l’Unione, essendo i suoi diritti di sopravvivenza strettamente vincolati a quella stessa struttura istituzionale.

Per questa ragione, gli interessi di tale gruppo cozzeranno spesso, sia contro quelli dei residenti del paese ospite, sia contro quelli dei propri connazionali, i quali, viceversa, non hanno avuto la stessa opportunità di usufruire della condizione di spostamento e d’istruzione, nonostante siano stati colpiti anch’essi in egual misura dal medesimo fenomeno della precarietà lavorativa.

Tuttavia, per la condizione materiale cui sono stati imbrigliati, lo stato di diritto degli apolidi verrà esposto al pubblico, cioè all’esterno della propria classe dai suoi stessi componenti, attraverso una falsa distorsione del ‘sé’, che apparirà democratico, giusto ed equilibrato. Viceversa, il diritto delle classi sociali residenti verrà considerato dagli stessi come populista, destroide, razzista: un ostacolo alla realizzazione degli ideali di pace e connivenza tra i popoli europei, che ovviamente c’entrano poco o nulla con le reali e profonde strutture sociali prodotte dalla deregolamentazione dei movimenti dei capitali.

Come è noto, l’universo unionista si presenta ‘naturalmente’ povero di risorse finanziarie, propagandato come una circostanza ineluttabile. Perciò, lo stato di diritto delle generazioni precedenti legato, al contrario, ad uno stile di vita relativamente più stabile, viene considerato dagli apolidi una forma di privilegio ingiusta, un’appropriazione illecita di ricchezze che sono state sottratte in anticipo alle generazioni future, uniche veramente meritorie, costrette ingiustamente ad andarsene, causa l’ ‘ingordigia’ dei pensionati, della casta, dei corrotti, e dei lavoratori con il posto fisso della I Repubblica.

Sarà, dunque, uno dei loro obiettivi principali quello di appoggiare, ad esempio, dall’estero, i vari governi tecnici che proporranno, di volta in volta, di rafforzare le politiche d’austerità contro le conquiste sociali e del lavoro, così come sono state realizzate nel XX secolo, col fine di livellare i vari ceti sociali tra loro, attraverso un progressivo schiacciamento generale dei diritti verso il basso, in nome di un astratta visione egualitaria suggerita in realtà dall’ideologia dominante.

In altre parole: l’obiettivo di queste nuove vittime dello sfruttamento economico non sarà quello di lottare per ri-conquistare i diritti perduti, cercando un punto d’incontro con la tanto acclamata ‘alterità’, di cui paradossalmente si fanno promotori nell’ ‘Europa dei popoli’; né vorranno porre mai attenzione verso le analisi dei processi storici, e delle contraddizioni macro economiche che hanno dato luogo alle attuali contraddizioni. Ma, al contrario, nella naturale pretesa di difendere la propria condizione, sono passati dal ruolo di vittime a quello di aggressori. E, dovendo necessariamente ’rimuovere’ dal loro orizzonte di senso il conflitto di classe che ha travolto loro stessi, pretendono dunque di costringere gli altri a condividere il medesimo stato di alienazione.

Ne è stato un test di prova lo stesso Brexit che riporta alcune differenze, a livello di conflitto di classe, a mio avviso, fondamentali.

Da una parte, infatti, individuiamo il ceto dei nuovi precari: i liberi professionisti, i giovani più abbienti, che hanno avuto la possibilità di accedere a più alti livelli d’istruzione, figli dei voli low cost, dell’erasmus, completamente immemori del fatto che hanno potuto raggiungere un certo grado di successo, in prima istanza, proprio grazie ai risparmi accumulati dalle generazioni precedenti. Quest’ultimi sono riusciti a crearsi una nuova identità, che potremmo definire sradicata e apolide all’interno del loro stesso paese, ottenendo alcuni vantaggi provenienti proprio dal processo d’internazionalizzazione della City.

Dall’altra, troviamo una vecchia generazione che, dalla Thatcher in poi, è stata testimone invece del progressivo disfacimento dello stato di diritto conquistato in seguito al conflitto sociale scaturito durante gli anni ’50. Questi ultimi hanno assistito al graduale stravolgimento della nazione inglese, di fronte all’ineluttabile tendenza alla privatizzazione dei servizi, della de-industrializzazione forzata e il taglio dei posti pubblici, proposta da quegli stessi partiti di ex impianto socialista, incapaci di offrire delle soluzioni alternative in seguito al fenomeno della globalizzazione post-’89; e di cui, in ultima analisi, l’Unione Europea costituisce la fase più matura di degenerazione.

La strategia delle élite è consistita, dunque, nel creare un conflitto generazionale proprio tra questi due ceti, che è emerso chiaramente dai dati scaturiti con il referendum. La propaganda unionista ovviamente ha sottolineato solo il punto di vista degli apolidi e di una fazione specifica dei giovani inglesi. Ovvero, contro ogni principio basilare di democrazia, si è scagliata sulla pretesa della vecchia generazione di ostacolare, con il proprio voto, gli interessi della nuova.

Tuttavia i dati del referendum, al contrario di queste analisi superficiali, hanno fatto emergere altri dati più significativi. Ovvero, che la partecipazione della generazione più giovane in realtà è stata poco rilevante1, e quasi del tutto disinteressata alla questione referendaria diversamente da quella più anziana, la quale ha dimostrato di essere storicamente più consapevole. Inoltre, ha provato l’esistenza di un ‘terzo stato’ 2, composto anche di molti giovani, il quale, viceversa, non ha potuto usufruire della stessa condizione di accesso ai più alti gradi d’istruzione; né tanto meno della mobilità che ha caratterizzato le classi più abbienti dei centri urbani e del sud del paese. Ciò li ha condannati, diversamente, a subire in pieno il fenomeno della ‘disoccupazione involontaria’, senza trarre alcun beneficio dal processo di internazionalizzazione. Sono questi ultimi i vinti ‘assoluti’, travolti dal processo di rimozione delle altre classi, i quali hanno perso inoltre qualsiasi orango di rappresentanza politica.

Non da ultimo, tale ceto, che si è visto defraudare di servizi, sussidi, e lavoro, è stato costretto contemporaneamente a competere con manodopera a basso costo, proveniente sia dagli altri stati membri dell’Unione (specialmente dall’Europa dell’Est) che da paesi extra UE come India, Bangladesh, Pakistan, Thailandia e Filippine3.

Non si sta affermando qui che il fenomeno dell’immigrazione sia di per sé un male, ma che la sua eccessiva deregolamentazione, sorda alle continue lamentele della popolazione autoctona, e accompagnata al contempo da un impoverimento progressivo delle condizioni di vita, sia per la mancanza di risorse finanziarie, che di posti di lavoro, provochi inevitabilmente delle gravi difficoltà nei processi di integrazione, nella misura cioè in cui diventano insostenibili.

Competizioni agguerrite nel mondo del lavoro, la campagna terroristica di un’insostenibilità del welfare per soddisfare le esigenze dell’intera popolazione, l’impoverimento generalizzato, daranno luogo, come conseguenza, ad un misto di risentimenti e di invidie che finiranno per confondere inevitabilmente rivalse di classe con sentimenti anti-raziali ingiustificati e inaccettabili.

Si capisce ora come gli interessi della nuova generazione inglese possano combinarsi con quella degli apolidi italiani, spagnoli, portoghesi, tedeschi e irlandesi, esattamente nella direzione opposta a quella degli stessi residenti di vecchia generazione, e soprattutto contro la classe lavoratrice di questo paese.

La classe degli apolidi è stata creata a tavolino per sottrarre lavoro altamente qualificato al loro paese d’origine e per odiare il proprio paese d’origine, così da ottenere un serbatoio di manodopera disponibile all’occorrenza per quelle nazioni che si sono parzialmente avvantaggiate dalla crisi; ma anche con l’intento di foggiare ‘ex novo’ uno dei nuovi gruppi sociali dai quali la UE può trarre facilmente un consistente consenso politico, indispensabile alla sua sopravvivenza e continuazione.

Negli anni si è consolidata come una vera e propria avanguardia politica ben disseminata, apologetica del diritto transnazionale contrario alla nostra costituzione, del tecnicismo di governi straordinari (che da eccezione stanno per diventare solida consuetudine); del mercantilismo, e quindi avversa ad ogni idea di Stato democratico come abbiamo imparato a conoscerlo dal dopo guerra fino ad oggi.


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Inserito da Alberto Saso

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