Cinque regole per risolvere i dubbi dell’italiano di genere

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La Repubblica
Sindaco o sindaca?
Ogni venerdì in edicola con Repubblica “L’Italiano”, collana in collaborazione con l’Accademia della Crusca che ti farà innamorare della nostra lingua. In questo volume, parliamo delle regole per indicare ruoli maschili e femminili

Sindaca o sindaco? Dottoressa o dottora? Ma la ministro, si può dire? E se la Clinton fosse stata eletta sarebbe diventata presidente o presidentessa? Che poi: perché la Clinton e non il Trump? Per distinguere Hillary da Bill, dite? Ma allora la Merkel? Da chi dobbiamo distinguerla, la Merkel? Ecco cinque ancore di salvezza cui aggrapparvi, nel caso in cui l’attualissima questione del linguaggio di genere dovesse sfuggirvi di mano.

1. La sindaca è donna, non una donna sindaco.
Fra tutti i dubbi, questo è quello che meno ci tormenta. Complice la recente elezione di Raggi e Appendino, a Roma e Torino, possiamo affermare che il sostantivo che qualifica il primo cittadino (la prima cittadina, anzi!) abbiamo finalmente imparato a usarlo come si deve: facile facile, con la a, al posto della o; al femminile, cioè, se riferito a una donna. Vale lo stesso per l’utilizzo di ministra, sdoganato a tutti gli effetti. E a chi cerca le vie di mezzo e insiste a definire Boschi la ministro, ecco l’esempio a cui guardare: direste mai la maestro, pur avendo la versione femminile di quella parola, lì, a portata di mano?

2. La cantante, il nullafacente e la presidentessa: trova l’intruso.
Se tutti i nomi in -ante ed -ente cambiano il proprio genere restandosene intatti e scomodando soltanto l’articolo, perché mai un presidente, invece, dovrebbe diventare, al femminile, presidentessa? Avremmo dovuta chiamarla la presidente, dunque, se non fosse che alla fine ha vinto Trump.

3. La cassiera e l’ingegnere, una storia difficile.
Ci sono il cassiere e la cassiera, il parrucchiere e la parrucchiera, il sarto e la sarta, il portiere e la portiera, il bidello e la bidella. Perché allora gli architetti, gli ingegneri, i deputati, gli assessori e i chirurghi restano al maschile? La lingua, a quanto pare, ha bisogno di tempo, molto tempo, e solo ora comincia ad abituarsi al fatto rivoluzionario che la donna, con gli anni, sia riuscita a diventare, oltre che cassiera, parrucchiera, sarta, portiera e bidella, anche architetta, ingegnera, deputata, assessora e chirurga. L’Accademia della Crusca non impone, dunque, ma vivamente consiglia di aggiornarsi.

4. Cosa me ne faccio della dottora, se ho già la dottoressa?
La questione coinvolge avvocatesse, soldatesse, vigilesse e tutte quelle professioni che fino a oggi si sono fatte femminili tramite il suffisso -esse. Nel volume “Il sessismo nella lingua italiana” Alma Sabatini spiegava, già nel 1987, la natura ironica e fortemente dispregiativa di quel suffisso. Ecco perché è preferibile, oggi, procurarsi un’avvocata, arruolarsi come soldata e pregare che la vigile non si accorga che mentre guidate senza cintura, vi state facendo i selfie e state chattando con chiunque.

5. Se la Merkel incontra Renzi.
L’ideale sarebbe che Merkel incontrasse Renzi, senza articolo, senza fronzoli. Quel che quasi sempre accade, invece, è che si senta il bisogno di specificare, dandole il la, che Merkel è una donna. Ma perché si deve specificare che è una donna, Merkel, mentre che è uomo, il Renzi, lo si dà per scontato? Con la crisi che c’è, dunque, il consiglio è di risparmiare. Pure sugli articoli determinativi.

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Inserito da Alberto Saso

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