Ciliegie –  Nazione Indiana

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Ciliegie

18 dicembre 2016

Pubblicato da

di Mario Schiavone

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Da circa sei mesi esco di casa tutti i giorni feriali e fingo di avere una vita che non ho più. Dopo la doccia mi vesto, poi indosso la mia giacca ben stirata e prendo l’agenda. Scendo nel cortile del condominio metto in moto l’automobile e raggiungo la fermata dell’autobus del primo quartiere che segue la zona in cui vivo, per non farmi notare dai vicini.
Salgo sull’autobus e percorro la strada che una volta mi portava al magazzino di libri in cui lavoravo come capo magazziniere. Poco prima di arrivare al magazzino suono il campanello dell’autobus e scendo alla fermata che sta all’ingresso del parco.

Appena sono fra gli alberi mi metto a camminare cercando di non pensare ai miei problemi. La verità è che quando sono disperato e non voglio pensare alle cose brutte i pensieri negativi si presentano puntuali come un esattore delle tasse. Da quando non ho più un lavoro ho cominciato a conservare anche i centesimi che trovo nelle tasche degli abiti che non indosso più: sono diventato l’esattore del debito che ho nei confronti della mia vita.
“La gente non compra più libri per concorsi, preferisce fotocopiarli o usare internet per scaricare i quiz”- mi ha detto un giorno il titolare della mia azienda. Due settimane dopo la consegna della lettera in cui annunciava il mio licenziamento. L’hanno data proprio a me che lavoravo sentendomi come uno che doveva sistemare le pietre nel letto di un fiume secco. Lavoravo spostando per ore, giorni, mesi i libri che riempivano gli scaffali del magazzino in cui stavo per dieci ore al giorno. E quando arrivava l’estate mi pareva di stare inginocchiato in un fiume secco a sistemare i sassi che stanno sul fondo. Mi piaceva lavorare in quel modo. Era bello sentirsi artigiani di una grande costruzione. Poi è finito tutto.
Quando la sera a cena l’ho detto a mia moglie si è chiusa in camera e non mi ha più aperto fino all’alba. Mi sono ritrovato a dormire sul divano della cucina. Tutto questo accadeva quando ancora avevamo una casa in cui ogni spazio aveva un proprio nome. Adesso io e mia moglie viviamo in una piccola mansarda il cui affitto è sostenuto dai soldi della pensione di mia suocera. Trenta metri quadrati di sottotetto in cui muoversi fra l’angolo del piano cottura della piccola cucina, il letto matrimoniale da una piazza e mezza e un bagno con una piccola doccia ricavata fra il water e il lavandino. Il televisore lo abbiamo comprato ad un mercatino dell’usato e per fare le lavatrici ci serviamo di una grande valigia cinese con cui portiamo tutti gli abiti alla lavanderia a gettoni gestita da una famiglia araba che vive nel nostro stesso quartiere.
Da una grande casa a un piccolo bunker che ricorda i nascondigli dei latitanti, mentre noi che siamo persone senza problemi con la giustizia ci nascondiamo dai vecchi amici che ci cercano ancora. Vogliono sapere come stiamo, quanti soldi abbiamo in banca, dove andremo in vacanza la prossima estate. Discorsi che io e mia moglie non possiamo più permetterci, perché sono un ricordo più sbiadito di vecchie foto sviluppate su carta di cattiva qualità. Come immagini che perdono la loro vivacità con il passare degli anni. A noi due, per perdere i colori della nostra vita sono bastati pochi mesi

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Inserito da Alberto Saso

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