Odio Internet

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Odio Internet

di Cristina Marconi

Parlare della rete con la violenza di un hater ha molti vantaggi, il primo dei quali è quello di porre la propria critica su un indiscutibile piano di contemporaneità. Andando dritti al punto, senza doversi scusare di essere refrattari alla tecnologia o scomodare la Stasi, come fatto da Jonathan Franzen in Purity, per nascondere un disagio personale dietro un argomento storico. In I Hate The Internet, romanzo pubblicato in proprio dallo scrittore californiano di origine turca Jarett Kobek, il linguaggio usato è quello che prevale in rete, pedante e ritmato, in cui le stesse cose vengono spiegate mille volte ad un lettore che si presume distratto se non proprio bovino. E il punto al quale Kobek vuole arrivare è radicale e privo di sfumature, come l’opinione di un hater: la rete così com’è oggi è un’offesa all’intelletto, creata da “un gruppo di tizi bianchi senza alcun senso dell’esperienza umana”, e ha peggiorato la società, togliendole la nozione di progresso e delineando un futuro tale e quale al passato, ossia “noioso e pieno di lavori orrendi”. L’occasione è stata persa, gli intellettuali hanno lasciato che internet andasse dove non doveva andare – plasmato da adolescenti sociopatici che pensano solo ad accumulare soldi – e hanno creduto a discorsi confusi con cui si sanciva il tramonto dei diritti d’autore e di ogni forma di pagamento nei loro confronti. Dimenticando di tenere ben presente che “nessuna tecnologia supererà mai Charlotte Brontë”, che “niente può battere Villette”.

Kobek, 38 anni, ha all’attivo un’autobiografia immaginaria di Mohammed Atta, uno dei terroristi dell’11 settembre, e si vanta di essere “l’unico scrittore di letteratura in America che sa usare Slackware 1.0 sul suo 386sx”. Come ogni hater, ha molte ossessioni: San Francisco, il razzismo, la misoginia, Walt Disney, Ayn Rand. La storia che racconta in I Hate the Internet è quella di Adeline, quarantacinquenne semifamosa per aver pubblicato un fumetto di successo negli anni ’90, che finisce sotto attacco da parte di una muta di haters sui social networks per aver “commesso l’unico errore imperdonabile del XXimo secolo”, ossia non rendersi conto che qualcuno la stava riprendendo mentre diceva quello che pensava. Nulla di scandaloso per i lettori più adulti, ma totalmente blasfemo per la massa della rete. “Internet è un posto strano. Tutti fanno di qualunque cosa una crociata morale. Perché non potete semplicemente rubare i miei libri? Perché volete una giustificazione?”, dice Adeline, rivolgendosi in particolare alle donne che puntano a lavorare nella tecnologia ma che non vogliono “ammettere che si sono alleate con il male” e riconoscere che, come sempre nella storia, “gli strumenti del padrone non serviranno mai a smantellare la casa del padrone”.

A chi viola l’insipido codice buonista della rete sono riservate minacce e insulti di ogni tipo, ci ricorda l’autore, che oltre a quella della benestante Adeline racconta anche la storia di una ventenne con carriera e prospettive distrutte da un video di lei con il suo ex fidanzato. Un aspetto con il quale abbiamo imparato a convivere ma che dovrebbe sorprenderci di più, come ci ricorda Werner Herzog nel suo documentario Lo and Behold con l’intervista ai famigliari di una ragazza deceduta in un incidente stradale, ripresi con la quieta eleganza di una natura morta mentre raccontano della foto del corpo quasi decapitato della giovane che circola in rete e che non riescono a bloccare e delle migliaia di messaggi violentissimi che continuano a ricevere, senza poter fare niente. In uno di questi c’è scritto anche “woo hoo”, come a dire “evviva”, un dettaglio che la voce anziana e fuoricampo di Herzog sottolinea con enfasi: “Evviva”.

Davanti a questo abominio di solito prevale l’impotenza, il senso che la direzione presa dalle cose sia l’unica possibile. Questo dipende dalla deferenza che gli intellettuali hanno dimostrato nei confronti di una realtà tecnologica di cui pochi comprendono i lati tecnici e dall’abbaglio di una “ideologia impalpabile e semiformata di narcisismo travestito da lavoro autonomo”. Kobek ci ricorda che non è così e che la tecnologia non è mai politicamente neutra. Il modo in cui si sviluppa e la direzione che prende sono il risultato di una scelta deliberata e, per lo scrittore, San Francisco è il luogo che ha fatto sì che si perdesse “l’ultima cosa buona, la visione utopistica iniziale di Internet”, trasformandola “in una serie di territori feudali interconnessi che hanno come unico scopo quello di servire la pubblicità”. E riuscendo, en passant, a ridare linfa al patriarcato in un momento in cui si stava indebolendo, mettendo in una posizione di rinnovata debolezza le donne e le minoranze etniche.

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Inserito da Alberto Saso

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