Pasquino e le feroci verità

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Corriere della Sera

Rime contro i Papi, sberleffi a Napoleone. Così Roma sferzava i potenti (ma senza rovesciarli) con versi affissi a una statua che hanno liberato gli umori del popolo

 La statua in piazza di Pasquino a Roma è tuttora usata per affiggere testi satirici. Si tratta di un busto del terzo secolo che rappresentava un eroe: Menelao, Aiace o ErcoleLa statua in piazza di Pasquino a Roma è tuttora usata per affiggere testi satirici. Si tratta di un busto del terzo secolo che rappresentava un eroe: Menelao, Aiace o Ercole
Trilussa (1871-1950)
Trilussa (1871-1950)

I manifesti e il falso «Osservatore Romano» scagliati in questi giorni contro Papa Francesco accusato d’esser troppo «aperto» e tirati in ballo qua e là come se ci fosse un filo rosso di collegamento con gli antichi sfoghi di «Pasquino», sia chiaro, sono un’altra faccenda. In comune hanno solo l’anonimato e qualche parola in romanesco. Fine. Offrono però lo spunto per andare a rileggere pezzi di quella storia. Che Giorgio Manganelli, in un elzeviro sul «Corriere» di tanti anni fa dedicato a due poderosi tomi intitolati Pasquinate romane del Cinquecento, riassumeva come un’«anonima aggressione in versi, scurrile ed impudente, con cui ignoti verseggiatori sfregiavano il nome dei potenti di Roma pontificia».

Generalmente scritti su cartelli appesi nella notte al busto di una statua del III secolo in Piazza di Pasquino, vicino a piazza Navona, che forse rappresentava Menelao, Aiace o Ercole ma a quanto pare prese il nome dal maestro Pasquino di una scuola nei pressi, quei versi satirici e anonimi, scrive Rendina, rappresentavano «una voce “contro”, sobillatrice, ma senza fini rivoluzionari»: «Il sistema non si discute. È la condizione determinante dell’esistenza stessa delle Statue Parlanti e della loro voce. Che è ironica, sarcastica, spudoratamente aperta alla risata maliarda, fino ad apparire oscena nella smitizzazione del potere» ma rientra «nel gioco del potere: e il gioco consiste nel denunciare immoralità e soprusi di chi è ai vertici, per screditarlo e subentrare». Non per altro «sono opera di una miriade di poeti e poetastri, memorialisti e avventurieri della penna che perlopiù scrivono su commissione».

I risultati sono spesso irresistibili. Come nel caso delle pasquinate più famose. Ad esempio quella dedicata a Papa Urbano VIII Barberini: «Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini». O a Napoleone, reo d’impossessarsi delle opere d’arte altrui per portarle a Parigi. «Marforio: “È vero che i francesi sono tutti ladri?” / Pasquino: “Tutti no, ma BonaParte!”». O alle contese per il talamo di Maria Giovanna de’ Medici tra il di lei marito, il principe Sigismondo Chigi, e il cardinale Filippo Carandini che con le sue attenzioni per la donna s’era tirato addosso le ire del cornuto (vero o presunto) fino a spingerlo ad avvelenare il rivale. Avvelenamento fallito e seguito da un clamoroso processo e dalla fuga: «Se Carandini non sfuggia al veleno/ ed al capestro non sfuggiva Chigi,/ due malfattori vi sarian di meno».

Non mancano, in tempi più vicini, esempi di pasquinate meritevoli di citazione. Come quella sprezzante di Trilussa dedicata a Corso Rinascimento, aperto nel ’38 squarciando gli antichi rioni: «Se questo è il corso del Rinascimento/ ogni aborto diventa un lieto evento». O quella che lo stesso anno un anonimo vergò per la visita a Roma, tra pompose scenografie imperiali, di Adolf Hitler: «Povera Roma mia de travertino/ te sei vestita tutta de cartone/ pe’ fatte rimira’ da ‘n imbianchino/ venuto da padrone!».

L’epoca d’oro, però, resta quella a cavallo tra Cinquecento e Settecento. Quando lo sberleffo più irrispettoso si spinse al punto di costare il collo a Niccolò Franco, scrittore e avventuriero beneventano, segretario di Pietro Aretino, che dopo una serie di pasquinate contro il cardinale Carlo Carafa fu impiccato a Castel Sant’Angelo per aver passato ogni limite in un cartello affisso a una latrina fatta fare dal Papa: «Pio V, avendo compassione/ per tutto quel che si ha sullo stomaco/ eresse come opera nobile questo cacatoio».

Segue: Pasquino e le feroci verità

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Inserito da Alberto Saso

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