Analisi e commento della lirica nr. 470 di Emily Dickinson

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pubblicato da Alessandro Ramberti in data marzo 28, 2017

 http://farapoesia.blogspot.it/2017/03/analisi-e-commento-della-lirica-nr-470.html
di Thuy Lan Francesca RitondaleClasse II A Liceo Classico Omero – Milano
Tema in classe assegnato dalla Professoressa Carmela Fronte – a.s. 2016/2017
Livello semantico di base
Emily Dickinson suppone di essere viva, nel suo palmo i rami sono carichi di campanule e il carminio solletica dolcemente sui polpastrelli delle dita.
Se ella appoggia la bocca contro un bicchiere, esso si appanna, e questa è la prova certa che sia viva.
È viva perché non è in una camera, solitamente la sala, così che la si possa guardare, abbassarsi, osservarla di sfuggita e dire poi quanto sia fredda e chiederle se si è accorta di essere entrata nel sonno eterno.
La poetessa è viva perché non dispone di una “dimora” tutta sua, apposita, fabbricata solo per lei, con sopra inciso il suo nome da giovane, così che chi le venga a far visita, riesca a distinguere senza fallire, utilizzando una chiave diversa, quale sia la sua “porta”.
Per lei è magnifico essere vivi ed è infinito esserlo due volte, una nella vita e adesso anche nella memoria.

Livello ermenetutico-interpretativo

L’autrice della poesia allude alla morte negandola e rivelando solo alla fine che stia vivendo una “seconda vita”. Di quest’ultima vi sono due interpretazioni.
La prima è di concepire la “seconda vita” come ricordo e quindi tutto ciò che è legato alla poetessa (… non sono in una stanza-; … non possiedo una casa-) è accaduto nella vita precedente ed ora non c’è più perché è finita la vita terrena e inizia quella dentro la memoria della persona. Nella seconda l’autrice non vive nel ricordo, ma rinasce nella persona e quindi tutto ciò che è negato non è mai accaduto.

Commento personale
La lirica nr. 470 di Emily Dickinson esprime un eterno dubbio dell’uomo: la vita dopo la morte.
A mio avviso la poesia è di un’amara speranza, velata sempre dal mistero.
Nulla di ciò che è scritto è certo,è tutto un sospetto.
Leggendo i versi riesco a percepire “il pendolo della vita”, segnato dalla sintassi interrotta, e l’alternanza tra momenti “delicati” come campanule, e altri tetri e cupi.
La strofa finale è per me la più bella e ambigua, e perciò poetica, fra tutte perchè non chiarisce il dubbio , ma lo amplia lasciando il lettore sorpreso e perplesso allo stesso tempo.
Secondo la poetessa si vive sempre, anche dopo la vita terrena, ma ciò che conta di più è la vita stessa, perché anche solo essere vivi nel ricordo, essendo vita, è stupendo.
Mi ha colpito come in questo componimento lirico la morte sia solo una linea, un confine e che la vita sia invece infinita.
È questo un messaggio di speranza semplice nella sua complessità.
Anche io penso che le persone possano vivere nella memoria e, anche se non come vorremmo, possano “starci accanto”.
Mia nonna, citando un pensiero del grande Padre Lacordaire, diceva sempre che la vita è l’anima, e l’anima non muore e credo siano profondamente giuste e veritiere simili parole, perché quando due anime si incontrano è difficile che si dimentichino, ed io non l’ho mai dimenticata.
“Non piangete! Vi amerò al di là della vita. La vita è l’anima e l’anima non muore.” (Padre Lacordaire, 1802-1861)
alberto

Inserito da Alberto Saso

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