L’attualità del Cantico de’ Cantici

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di Claudia Piccinno

Il Cantico dei Cantici o semplicemente Cantico è un testo contenuto nella Bibbia ebraica(Tanakh) e cristiana. Attribuito da studiosi di orientamento conservatore  al re Salomone, celebre per la sua saggezza, per i suoi canti e anche per i suoi amori, il Cantico dei Cantici fu composto a detta di studiosi liberali, non prima del IV secolo a.C. ed è uno degli ultimi testi accolti nel canone della Bibbia, addirittura un secolo dopo la nascita di Cristo. È composto da 8 capitoli contenenti poemi d’amore in forma dialogica tra un uomo (Shelomo cioè”Salomone”) e una donna (“Sulammita).I nomi di Lui e di Lei, Shelomo e Shulammit, derivano dalla stessa radice Shalom che nella Bibbia è sinonimo di “ benedizione, riposo, gloria, ricchezza, felicità, salvezza, comunione, vita”.

Quando la sposa incontra il suo amato, essa trova la pace, la sua completezza, la sua pienezza, il suo tutto.“Così sono ai suoi occhi come colei che ha trovato pace!”

Shulammit può essere un’antica forma di participio passivo, aggettivato al femminile del verbo shalem (= vivere nella pace, la Pacifica, la Pacificata) ma è anche : “colei che ha causato pace”

Il Cantico si chiude con una domanda: chi renderà l’uomo capace di amare? Chi lo libererà dalla gelosia del possesso, dalla amarezza dell’ingratitudine e dalle ferite della cattura? E’ una domanda implicita nei bellissimi versi conclusivi e forse un’esortazione a riscoprire il senso dell’amore: Fuggi, mio diletto, simile a gazzella o ad un cerbiatto, sopra i monti degli aromi” (8,14).

Ed è qui l’attualità del messaggio…..dopo oltre 2 millenni.

L’amore non è possesso, le metafore ricorrenti del capriolo e della gazzella, animali imprendibili per eccellenza, vogliono precisare che l’amore non è possesso, è libertà di ricerca, attesa, ascolto.

Quest’attesa è sottolineata in vari punti. La donna non vede apparire subito lui, ma sente una voce da lontano. Lei lo ode prima ancora di vederlo. L’amato viene come una presenza che può essere ascoltata, contemplata, ma mai posseduta, mai totalmente conosciuta. La “voce indica, evoca, ma sfugge ad ogni forma di presa.

C’è parità di sentimenti e di espressioni d’amore nel cuore e sulla bocca di Lui e di Lei. Il Cantico non è un monologo. E’ un duetto

Nel duetto del Cantico, nessuno dei due partners commette pressione o imposizione sull’altro, Vi si legge soltanto il desiderio dell’amore. E’ un desiderio intenso, fortissimo: “ Alla sua ombra, cui anelavo, mi siedo”. ( 2,3 ) Lui e lei si desiderano: è questa l’essenza del l’amore.

Il desiderio è tensione, voto, certezza d’amore, e mai imposizione, o sottilissima strategia ricattatoria. Tutte le invocazioni d’amore sono appelli ai liberi sentimenti dell’amato, vogliono soltanto allargare lo spazio alla libera risposta d’amore.

E se il desiderio non è sterile dominio, egoistico appagamento di un bisogno, rivela la bellezza e lo stupore dell’incontro.

Perché l’incontro avvenga, occorre uscire da sé, rinunciare a un’abitudine, alle proprie paure, alle esigenze di certezza, occorre lasciare le vigne e mettersi in viaggio, occorre un esodo appunto come quello del passaggio dal regno di schiavitù alla libertà e alla comunione dell’amore: il passaggio dalla notte dell’esilio alla luce del ritorno in patria.

Per questo in Israele, Il Cantico dei Cantici ha assunto il carattere pasquale e viene letto ogni anno per intero alla Veglia di Pasqua e nelle sinagoghe orientali. Dio non viene mai nominato, ma presumibilmente si rivela nell’amore tra l’uomo e la donna, amore che resta il lascito migliore che Egli ci ha fatto e che noi possiamo fare.

Molti autori orientali come Gibran e Rumi hanno ripreso nei loro versi l’interpretazione religiosa del cantico che vorrebbe la coppia come metafora dell’amore tra Dio e il suo popolo, ma nella mia lettura di donna occidentale del 21° secolo ho riscoperto passi di una liricità e purezza tali che solo nei sonetti d’amore di Shakespeare e Neruda ho ritrovato analoga potenza evocativa.

In particolare in Neruda ho ritrovato il tema del viaggio, si legge nel XII sonetto : “Ahi, amare è un viaggio con acqua e con stelle/con aria soffocata e brusche tempeste di farina: amare è un combattimento di lampi/e due corpi da un solo miele sconfitti” nonché il tema della bellezza femminile, l’accoglienza dell’amata e le similitudini con gli elementi del paesaggio e della natura.

Un altro aspetto che ho colto nella mia lettura e che oggi andrebbe insegnato sin da piccoli in un’ottica di elogio della lentezza, è il rispetto dei tempi altrui, la paziente attesa, “Non destate, non scuotete dal sonno la mia amata finchè non lo voglia”

Al giorno d’oggi in cui si uccide se non si è corrisposti, nel 2017 assistiamo a un tale regresso etico e valoriale che bisognerebbe ripartire da letture come queste per ritrovarsi e ritrovare il senso della relazione con l’altro, che sia il partner, il fratello, l’amico perché la reciprocità in ogni connotazione sentimentale si fonda su ascolto, attesa, rispetto.

http://www.laccentodisocrate.it/Piccinno40_2.html

alberto

Inserito da Alberto Saso

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