la “letteratura dell’inesperienza”

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di Antonio Scurati

Si chieda a un uomo nato in Italia al principio degli anni ’70 quale esperienza abbia della guerra. Di primo acchito risponderà: nessuna. Poi, dopo un attimo di riflessione, dovrà ammettere che ne ha parecchia: la sua prima ‘esperienza’ di guerra l’ha fatta a vent’ anni, la notte del 17 gennaio del 1991 quando gli aerei della coalizione anti-Saddam bombardarono Baghdad in diretta televisiva.

Certo si trattava di una ‘inesperienza’, cioè di un’esperienza deprivata dei tratti caratteristici dell’esperienza vissuta: la continuità, l’irreversibilità, la fatidicità.

Dopo aver assistito allo spettacolo di morte e distruzione, si poteva spegnere la tv e andarsene a letto. Anzi, lo si doveva fare. Non c’era alternativa all’assurdo: per quel giovane uomo la guerra è stata una serata trascorsa davanti alla televisione sorseggiando birra fresca. Al pari di buona parte della sua rimanente vita pacifica. Tutti i grandi eventi storici e planetari cui la vita di quell’uomo ha preso parte dopo di allora – l’11 settembre, le catastrofi ambientali, le migrazioni dei popoli – sono stati per lui innanzitutto eventi mediatici. Il suo mondo è la sintesi disgiuntiva di una pluralità di mondi immaginari.

La Prima guerra del Golfo stabilì il paradigma della odierna prevalenza dell’immaginario imponendo un rapporto di proporzionalità inversa tra spettacolarità e visibilità: a un aumento esponenziale delle immagini di guerra, corrisponde una progressiva diminuzione della capacità del telespettatore di stabilire, attraverso l’esercizio della vista, una presa conoscitiva sulla realtà che sia anche di base all’agire politico e sociale (A. Scurati, Televisioni di guerra, p. 18). Ma, proprio in virtù di questo paradosso, quella guerra fu un grande successo politico e mediatico per i suoi promotori: la guerra come spettacolo televisivo per famiglie crea un lobo immaginario rispetto al quale il discernimento tra vero/falso diventa arduo perché la distinzione tra reale e finzionale viene proposta come irrilevante o, meglio ancora, impertinente. E’ il trionfo del nuovo statuto dell’immaginario, è ciò che si potrebbe definire fictual, una crasi della nuova confusione normativa (non facoltativa) tra fictional e factual. Il fictual sorge dalle macerie di Baghdad, la prima guerra della storia ‘inesperita’ in diretta televisiva da un pubblico globale.
Nel regno del fictual, per chi si trova dal lato incruento dello schermo, sul versante anodino della storia, nemmeno l’annientamento dell’essere umano significa più qualcosa in se stesso ma assume il proprio significato per rifrazione dalla diffusione mediatica delle immagini della sua distruzione, come nel terrorismo mediatico. Mai in una guerra la distruzione dei corpi fu più pretestuosa. Mai si morì più in vano che nelle guerre televisive. Nel regno del fictual si uccide e si muore al futuro anteriore, in vista del significato che questa uccisione un giorno avrà assunto al termine della sua circolazione mediatica, in vista di ciò che un giorno il morto sarà stato dopo che verrà tradotto in immagine.

E’ la compiuta degradazione del tragico in osceno, congenita alle tendenze fondamentali della cultura di massa fin dal loro primo manifestarsi (A Scurati, Dal tragico all’osceno, 2016, p. 15). E’ l’aberrazione del tema sacrificale: non più “loro muoiono in vece mia” ma “loro muoiono e io no” (E. Morin, Lo spirito del tempo [1962] 2002, p. 141). Siamo di fronte a una mutazione profonda delle strutture fondamentali dell’esperienza, a un inaudito slittamento antropologico:

Negli ultimi cinquant’anni la vita psichica delle masse occidentali ha subito una metamorfosi senza precedenti; tutti noi ne siamo stati trasformati e travolti. Fedele a una visione eroica e maschile dell’accadere e dell’esperienza, all’idea che le rotture epocali si manifestino sotto forma di guerre e rivoluzioni, una parte della cultura contemporanea continua a sottovalutare la portata di ciò che è accaduto (G. Mazzoni, I destini generali, 2015, p. 9).

La letteratura dell’inesperienza è, precisamente, quella parte della produzione letteraria europea contemporanea che non sottovaluta la portata di questa mutazione ma, al contrario, ne assume la condizione paradossale e la contraddizione basilare al fondo della propria scrittura. La condizione paradossale è quella di chi viva in un’epoca in cui le rotture epocali non si manifestino più sotto forma di guerre e rivoluzioni. La contraddizione consiste nel fatto che, anche quando accadano guerre, rivoluzioni e cataclismi ambientali, essi non s’impongono più alle nostre vite quali rotture epocali.

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Inserito da Alberto Saso

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