C’è un motivo se stiamo sempre a smanettare con il cellulare

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Il nostro digitare ossessivo sullo smartphone anche in presenza di altre persone non è una forma di maleducazione. Anzi, ha una ragione ben precisa secondo lo studio di uno psicoanalista

DI MARCO BELPOLITI  per L’Espresso

 

C'è un motivo se stiamo sempre a smanettare con il cellulare

Entro nel vagone della metropolitana. Sono tutti occupati a digitare sul loro cellulare, sia le persone sedute come quelle in piedi. Sguardo fisso e mani che si muovono rapide. Al parco, medesima scena. Su una panchina conto quattro adulti seduti: stanno tutti scrivendo sul loro smartphone. Dovunque vado vedo gente che non fa che manipolare il proprio telefonino. Perché? Uno psicoanalista inglese, Darian Leader, propone una spiegazione interessante. La tecnologia contemporanea legittima la pulsione, ragione per cui le mani «picchiettano, sfiorano, fanno scorrere lo schermo». Non riescono mai a stare ferme. Non sarebbe l’eccesso d’informazione, o di distrazioni accessibili, a influenzare questi comportamenti compulsivi, quanto piuttosto la necessità di «scaricare una parte dell’eccesso corporeo che ci satura».

Oggi compiamo attività che implicano sempre meno sforzi muscolari e invece sempre più sforzi di tipo nervoso, così da accumulare nel corpo una tensione altissima che alcuni riescono a scaricare attraverso la corsa, lo yoga o altre attività fisiche di varia natura, tra cui le arti marziali. Leader ha esposto la sua tesi nel libro “Mani. Come le usiamo e perché” (Ponte alle Grazie). La sua tesi di fondo è che esiste per ciascuno di noi, in forma e modi differenti, il problema della tensione pulsionale, ovvero dell’eccesso che c’è sempre nel nostro corpo, un “troppo”, come lo definisce, che le nostre mani, si sforzano perpetuamente di esiliare. La salute fisica e anche mentale dipenderebbero, secondo varie teorie, da questa espulsione di energia.

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Norbert Elias, l’autore de “Il processo di civilizzazione” (1939), libro dedicato a come ci siamo civilizzati a tavola, nelle pratiche igieniche e nei rituali sociali, spiega come la gestualità e il comportamento del corpo siano stati plasmati in Europa dalla società di corte. Successivamente queste pratiche si sono trasmesse ai vari settori della popolazione urbana e rurale. I gesti sono sempre determinati dalla società in cui si vive; e sono in buona parte appresi. Quando abbiamo smesso di ciondolarci appesi ai rami, le nostre mani, ricorda Leader citando Darwin, ci hanno permesso nuove forme di abilità. Per capire come ci siamo evoluti Stephen J. Gould ha sostenuto che i paleontologi, più che i crani, avrebbero dovuto guardare le mani. Da quando abbiamo cominciato a manipolare gli oggetti, il nostro cervello si è modificato.

Elias Canetti sostiene in “Massa e potere” (Adelphi) che la vera grandezza delle mani dell’Homo Sapiens consisterebbe nella loro pazienza. Rallentando la loro attività le mani hanno formato il mondo, hanno modellato l’argilla, creato utensili, infilato le perline nei fili, generato insomma la civiltà. Tecnologia, arte, oggetti, sono nati da questa pazienza. Come hanno fatto a diventare tali? Attraverso l’attività di rovistare il pelo dei compagni, attività molto gradita dalle scimmie da cui discendiamo. Normalmente si crede che con questa attività le scimmie cerchino parassiti tra i peli. In realtà a determinarla è il senso di piacere che si prova nel compierlo: «Questa attività delle dita è la più remota che si conosca, ed ha permesso alle dita stesse di diventare il delicato strumento che oggi ammiriamo» (Canetti).

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Lo psicoanalista inglese sviluppa questa intuizione, e fa notare che nel passato ben prima della manipolazione compulsiva del cellulare, le mani non stavano mai ferme: agitavano ventagli, s’infilavano nelle tasche, manipolavano piccoli oggetti, toccavano in modo alternato varie parti del corpo (viso, testa, naso, capelli, occhi, eccetera). Non sono mai state immobili. Perché? Uno degli scopi principali della vita umana, scrive Leader, è quello di distrarsi «dalle situazioni di eccessiva vicinanza al prossimo, persino se lo si ama». Le madri o i padri che nel parco giochi sono fissi sul loro cellulare, e lo stanno manipolando in vari modi, non sono dei cattivi genitori da sgridare. Stanno facendo quello che fanno gli esseri umani in generale, «ovvero trovare il modo – attraverso la religione o la musica, le attività manuali o la tecnologia – di essere altrove». Il cellulare consente di astrarsi dalla situazione in cui ci si trova, di essere assenti pur essendo fisicamente presenti. Probabilmente uno dei motivi del successo dello smartphone è proprio questo: «Digitare offre una via di uscita dalle situazioni di vicinanza».

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Rifacendosi a storici e studiosi dei comportamenti, Leader ricorda, ad esempio, come nei caffè del Settecento le persone strattonassero i bottoni, maneggiassero fazzoletti, impugnassero libri, si toccassero ripetutamente il colletto o altre punti del vestito. La tecnologia mobile, cui affidiamo importanti compiti di relazione, lavoro, comunicazione e informazione, ha anche questo scopo: consentirci di astrarci dalla vita. Le mani non sono mai state ferme. Un tempo erano i rosari a scivolare tra le mani delle donne, così come degli uomini nei paesi islamici; si faceva la maglia o s’annodavano cordicelle.

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Le mani fanno sempre qualcosa, come dimostra l’infinita serie di attività del bricolage e dei passatempi manuali. Un intero settore merceologico si regge su questo; e non solo sulla necessità pratica di tagliare, recidere, collegare, dipingere, piallare, correggere, sistemare, eccetera. Nello studio delle attività compiute dalle nostre estreme propaggini superiori gli antropologi distinguono tra due modi di utilizzare le mani: i movimenti focalizzati sull’oggetto e quelli focalizzati sul corpo. Si pensi anche solo agli scarabocchi o alla stessa scrittura: sono tutte attività che ci portano lontano, pur restando fermi sul posto. C’è poi anche l’attività compulsiva di mangiare, in cui le mani assumono un ruolo fondamentale portando il cibo alla bocca. Prima dei cellulari c’è stato il telecomando della televisione, di cui il cellulare, dal punto di vista manipolativo, è un’estensione. Leader conclude che vivere non è solo collegare, ma anche scollegare: «Telefoni, computer, tablet, consentono di astrarci dalla nostra situazione di prossimità agli altri dalle richieste che essa comporta». Toccare, cliccare, digitare, scorrere sono una necessità inalienabile.

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Inserito da Alberto Saso

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