Il fallimento di un’identità

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Le parole e le cose

l’Albania come terra di conquista degli imprenditori italiani, affrancati dalla burocrazia infinita che da noi sembra paralizzare le attività. «Qui, al contrario, tutto funziona agilmente», dice un giovane esportatore di prodotti toscani. Relativamente giovane: uno dei cosiddetti TQ, la generazione di mezzo, dei trenta-quarantenni che fanno maggior fatica a posizionarsi in un sistema mutato secondo una doppia velocità: negli ambiti lavorativi tradizionali (aziende, scuola-università) si perpetuano vecchie pratiche, privilegi e carriere determinate dalle preferenze e dagli orientamenti delle generazioni precedenti, nella new economy si avvantaggiano i giovanissimi, neolaureati in discipline rigorosamente non umanistiche, dall’economia aziendale all’informatica applicata alle ingegnerie “semplificate”.

Quell’imprenditore toscano io lo conosco: era un mio collega di dottorato, formatosi a Pisa alla scuola di Francesco Orlando, capofila della comparatistica e degli studi tematici in Italia. Si chiama Fabio Rocchi, lavorava a una tesi sui figli e i padri in letteratura e in contemporanea studiava al conservatorio per diplomarsi in composizione e direzione d’orchestra. Raccontava di pomeriggi passati col suo maestro Orlando, appassionato melomane, a studiare l’opera.

Rocchi, che ci fai in Albania? Da quanto sei lì?

Ciao Policastro, che ci fai tu in Italia, mi verrebbe da dire. Mi ricordi, forse, per la mia tesi di laurea, Il gran diavolo è morto. Padri e Figli nel romanzo italiano tra Otto e Novecento, giusto? Poi coltivavo il sogno di diventare direttore d’orchestra, ma avevo di fatto concluso soltanto la preparazione per il terzo anno di conservatorio e studiavo composizione come privatista, allievo del maestro Pietro Rigacci. Però dei pomeriggi e delle serate passate con Francesco Orlando ascoltando musica nel suo salotto di Lungarno Pacinotti a Pisa ho tutt’ora un ricordo vivissimo. Orlando mi ha insegnato il senso dell’implicito e molte cose sulla letteratura, senza mai prendere troppo sul serio alcune urgenze che mi si paravano davanti, come è successo del resto a tanti della mia generazione. Tutte cose lontane, come lontana adesso mi appare quella vita, che ho interrotto dodici anni fa. Forse l’impresa mi ha sedotto non soltanto per una piccola ma concreta convenienza economica, quanto per l’autonomia che mi ha regalato stare da questa parte. A Tirana sono arrivato la prima volta il 10 marzo del 2014, soltanto per vedere com’era il posto e per verificare se fosse vero che qui gli imprenditori italiani non facevano fatica a far quadrare i conti. Le cose stavano realmente così. E nel giro di un anno ho trasferito la mia attività all’estero, di fatto spostando anche la mia vita qui. Ho trovato delle condizioni particolarmente favorevoli per portare avanti il mio progetto imprenditoriale e per dare seguito alle mie idee. Purtroppo in Italia non avrei mai potuto avere sbocchi e anzi la mia posizione stava già cominciando a mostrare preoccupanti problemi: permanente assenza di liquidità, esposizione finanziaria … due tra i mali più diffusi da noi, in pratica l’anticamera per il fallimento.  

Precisamente in cosa consiste il tuo lavoro? Puoi raccontarci una tua giornata tipo?

Qui, indipendentemente dal ruolo che ricopri, ti abitui presto a vivere su ritmi diversi da quelli del nostro paese. Ti regoli su pulsazioni più alte. Una mia giornata tipo mette al centro dal lunedì al sabato il lavoro in Proclic, la mia agenzia di webmarketing. L’ho aperta quasi per scherzo e invece l’anno prossimo sono dieci anni che mi dà da vivere. Lavoriamo per una clientela quasi esclusivamente italiana con un team misto di ragazzi italiani e albanesi. Una cosa del tipo sveglia alle 7 del mattino, in ufficio alle 8 per scaricare la posta e preparare la scaletta di produzione, riunione con il team alle 9.15 e poi videochat con i clienti, gestione dei problemi, incombenze amministrative, configurazioni e report del nostro servizio di punta, ovvero il posizionamento dei siti internet su Google. Una routine che mi assorbe molto ma che mi offre una prospettiva di crescita che in Italia, pur lavorando credo duramente e con intensità, non sono mai riuscito a intravedere. Stacco attorno alle 17.30, mi riposo un paio d’ore e poi vado ad occuparmi della mia seconda attività, una piccola bottega con cucina che ho caratterizzato sui prodotti toscani. Sembra un paradosso o un’esibizione un po’ stucchevole di attitudini multitasking ma mi metto volentieri ai fornelli. Non sono uno chef, sono soltanto uno che da piccolo a Firenze ha visto tante volte cucinare bene e vuole provare a riproporre quei sapori avvantaggiato da una materia prima locale piuttosto valida. Ho anche avuto modo grazie al cibo e al vino di avvicinare persone che mai avrei potuto raggiungere in altre circostanze: deputati, manager italiani di grosse società che hanno spostato qui la produzione, un ministro della repubblica albanese. Questa è una delle magie di Tirana, una capitale di ispirazione europea abitata da circa un milione di persone che riesce a condensare e a rendere fluidi i rapporti e gli scambi ad ogni livello.

E i rapporti con l’università? Hai conservato legami professionali o affettivi con la tua vita precedente?

Siccome mi conosci tu con questa domanda inviti la lepre a correre, come si dice dalle mie parti. Sai troppo bene che quando uno decide o è costretto (come nel mio caso) ad allontanarsi dall’ambiente universitario, decreta in quel momento una sua condanna a morte sociale, perché comunque smette di far istituzionalmente parte di un tessuto a prima vista compatto; non ha più occasioni di venire riconosciuto se non nel suo nuovo status di corpo estraneo.

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alberto

Inserito da Alberto Saso

Presidente Onorario - New Estro-Verso - KulturaWebTv

 
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